La European Pediatrics Association rivela, in un suo studio pubblicato sul Journal of Pediatrics, che i genitori, ogni anno, condividono in media almeno 300 foto dei propri figli (si arriva a 1000 già prima del quinto anno di età del minore); inoltre, sempre stando al medesimo studio, pare che l’81% dei bambini residenti in Occidente sia già sul web prima di aver compiuto due anni di vita.

La condivisione costante e compulsiva sul web di materiale audio-video che ritrae minori, che sia compiuta dall’account dei genitori dei bambini o da account creati a nome degli stessi (ma gestiti dai genitori), pratica che accomuna il 75% dei genitori occidentali, è stata definita “sharenting”: la parola inglese deriva da una crasi fra i vocaboli “sharing”, condivisione, e “parenting”, genitorialità.

Se proviamo a dare una rapidissima occhiata a parte del panorama normativo applicabile a questa problematica, riscontriamo innanzitutto che da un lato, in effetti, vi sono delle lacune legislative in materia di sharenting (nonostante le leggi vigenti in materia di protezione dei minori), dall’altro, invece, possiamo immediatamente ravvisare che la privacy è un diritto che non appartiene solo agli adulti ma, come da Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza, anche ai bambini. In materia di minori, il Regolamento 679/2016 sancisce che il consenso possa essere espresso solo dai minori che abbiano compiuto i 16 anni d’età, che per i minori di anni 16 il trattamento è lecito solo con il consenso dei genitori (benché gli Stati Membri possano determinare soglie d’età differenti, purché non vadano al di sotto dei 13 anni) ma anche che, come da Considerando 38 del regolamento, è necessario proteggere in maniera particolare i dati dei minori in quanto “meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali”.

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La Privacy dei Bambini è Responsabilità di Tutti

Il fenomeno dello sharenting, dunque, oltre ad apparire alquanto in contrasto con le premesse legali sopra riportate, espone i bambini ad una serie di pericoli. Ma di quali pericoli stiamo parlando? Approfondiamo la questione.

Innanzitutto, è opportuno considerare che la condivisione continua delle immagini e dei video (comprensivi di audio) dei figli da parte dei genitori contribuisce alla creazione di un vero e proprio archivio digitale dei minori, spesso pubblico e fruibile da chiunque (ed il fatto di avere account privati non sempre è garanzia di limitazione della diffusione dei contenuti). Questo materiale potrebbe essere utilizzato per qualsiasi scopo: pedopornografia (circa la metà del materiale pedopornografico è praticamente raccattato dai social), furti d’identità (secondo alcuni studi, due terzi dei furti d’identità entro il 2030 colpiranno proprio le persone che sono state “vittime” di sharenting quando erano minorenni), derisione (si pensi ad esempio alle challenge in cui i genitori girano video ridicoli pur di diventare virali oppure ai meme, circostanze che possono portare ad una serie di umiliazioni online ed offline). La condivisione di contenuti inerenti al minore lo espongono anche al rischio di adescamento (specie se in quei contenuti sono visibili i posti in cui si reca di solito – scuola/doposcuola, palestra, calcio).

Lo sharenting, dunque, costituisce un pericolo molto serio per il minore interessato il quale, molto spesso senza il proprio consenso (a volte è troppo piccolo per esprimerlo ed a volte non è abbastanza grande per valutare i rischi e le implicazioni di certe condotte), si ritrova ad avere un’identità digitale senza avere alcuna coscienza di ciò (e senza neanche sapere cosa sia). Le tracce digitali lasciate da questa pratica potrebbero diventare pressoché indelebili (è d’uopo ricordare che un contenuto può essere, si, rimosso ma basta uno screenshot per vanificare la rimozione) ed i bambini non hanno mai avuto il controllo di queste: quelle tracce si sedimenteranno in rete e diventeranno parte della loro identità. Quando quei bambini cresceranno, quindi, si ritroveranno ad impattare con un’ingente mole di contenuti che li riguardano e questo avrà delle conseguenze psicologiche non indifferenti. Accade sempre più spesso che i minori colpiti da tale pratica, una volta cresciuti, venuti a conoscenza dei contenuti online loro riguardanti, decidano di fare causa ai propri genitori per costringerli a rimuovere tutto il materiale che è stato pubblicato nel tempo.

Per concludere, riteniamo opportuno citare una piccolissima parte dello spot della Deutsche Telekom in materia di sharenting al fine di sensibilizzare tutti i genitori che stanno leggendo il presente articolo:

Quello che condividi online, è come un’orma digitale che mi perseguiterà per il resto della mia vita. Vi dico questo perché so che mi amate e che non fareste mai nulla per ferirmi. Quindi per piacere mamma, per piacere papà, proteggete la mia privacy digitale.”

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